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Cade il muro tra Usa e Cuba, è una svolta storica. Obama e Raul Castro: “Grazie a Papa Francesco”

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Mezzo secolo di storia, e di guerra non sempre fredda, che forse si avvia a sopravvivere solo nei libri di storia. Il presidente americano Obama e il leader cubano Raul Castro hanno deciso di ristabilire le relazioni tra i loro Paesi, dopo un lungo negoziato segreto sollecitato e favorito da Papa Francesco.

I colloqui

Tutto è cominciato con la trattativa per liberare Alan Gross, il contractor della US Agency for International Development arrestato nel 2009, quando si trovava sull’isola per distribuire apparecchi telefonici satellitari in grado di aggirare il blocco di Internet. L’Avana lo aveva accusato di essere una spia, e la sua salute stava gravemente peggiorando. I colloqui per liberarlo erano in corso da almeno un anno, con l’aiuto del Canada, che aveva ospitato diversi incontri fra le parti. Poi, quando a marzo Obama ha visitato Francesco a Roma, la questione cubana è stata al centro dei colloqui.

La mediazione

Il Papa ha sollecitato di risolvere non solo la situazione di Gross, ma l’intera contesa fra i due Paesi, che durava dal 4 gennaio del 1961, quando gli Usa avevano interrotto le relazioni diplomatiche. Francesco ha scritto una lettera a Barack e Raul, chiedendo di avviare un negoziato complessivo, e infatti in un’intervista dell’aprile scorso Mariela Castro ci aveva detto che il pontefice poteva facilitare il dialogo. Quindi ha ospitato diversi incontri, l’ultimo a novembre in Vaticano. Martedì sera una telefonata di 45 minuti fra Obama e Castro ha chiuso la trattativa con un accordo.

Lo scambio

Gross è stato liberato ieri mattina, in cambio del rilascio di tre membri dei servizi cubani che facevano parte dei «Cuban Five», arrestati in Florida nel 1998 per spionaggio. L’Avana ha rilasciato un agente americano in prigione da vent’anni, che aveva contribuito alla cattura dei «Five», e 53 prigionieri politici. In questo contesto, Obama ha deciso di ristabilire le relazioni diplomatiche con Cuba, riaprire l’ambasciata e togliere il Paese dalla lista degli sponsor del terrorismo. Washington poi consentirà ai suoi cittadini di andare sull’isola, ma non ancora per turismo. Le rimesse dei cubani emigrati negli Usa verso i parenti saliranno da 500 a 2.000 dollari a trimestre, e i visitatori americani potranno riportare a casa beni per 400 dollari, inclusi 100 per sigari e rum.

«Todos somos americanos»

«Non è nel nostro interesse – ha detto Obama – spingere Cuba al collasso, e comunque le politiche degli ultimi cinquant’anni hanno dimostrato di non essere efficaci a raggiungere questo obiettivo. Vogliamo creare più opportunità e avviare un nuovo capitolo nelle relazioni tra i Paesi delle Americhe», perché «todos somos americanos» («siamo tutti americani»), ha concluso Obama . Raul Castro ha detto che «la questione centrale non è ancora risolta, ma abbiamo fatto un importante progresso». Dopo la sconfitta elettorale di novembre, Obama sembra determinato a lasciare il segno nella politica estera. La sua mossa però è stata subito contestata dai cubani della Florida, e criticata da senatori repubblicani e democratici, come Marco Rubio e Bob Menendez. Il presidente ha il potere di alleggerire l’embargo, ma non di toglierlo, perché si tratta di una legge su cui deve pronunciarsi il Parlamento. Può riaprire l’ambasciata, ma sempre il Parlamento dovrà finanziarla e confermare la nomina dell’ambasciatore. Questo significa l’apertura di un nuovo fronte con il Congresso, e di una battaglia politica che avrà un forte impatto sulle presidenziali del 2016, dove la Florida come al solito sarà decisiva. Obama però pensa di essere dalla parte giusta della storia, e crede che gli americani lo riconosceranno.

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